
Durante l’ultimo decennio al Circolo Pescatori ha messo le radici un gruppo di canterini (tutti soci del Circolo, ovviamente) che si ispirano alla vecchia abitudine di cantare a tavola o nei momenti di relax davanti ad una caraffa di vino come si faceva una volta in tutte osterie del Borgo e non solo. Nulla di nuovo quindi, direte voi! Infatti, nulla di nuovo, se non fosse che da qualche decennio, questa bella abitudine si è persa, è sparita ovunque. Lo dimostra lo stupore sul viso di chi, fra il sorpreso e il divertito, passando davanti alla Pantofla e sentendo cantare, rallenta il passo e, quasi incredulo, di avvicina timidamente ai tavoli; i più intraprendenti, se hanno qualche ricordo anche vago degli stornelli che compongono il repertorio del gruppo, accennano ai versi e si uniscono ai canterini. Tutti istintivamente estraggono il telefonino e cominciano a filmare come se assistessero ad un fenomeno mai visto o come se si trovassero di fronte a degli animali strani: è un riflesso condizionato che ha preso tutti quello di filmare qualsiasi cosa sia fuori dal normale e metterla nei social o in w.a. per mostrarla a parenti ed amici. Qualcuno, prima di riprendere il cammino, ci aggiorna orgoglioso sul numero di visualizzazioni raggiunte dal video che ha postato. Ho un bel dire io che una volta queste cose erano normali, che negli anni ’50 e ’60 cantavano tutti: panettieri, muratori, barbieri, braccianti e mondine…niente da fare: ti guardano circospetti come se li volessi prendere in giro! Un fenomeno simile era quello del fischio: sentite più fischiare qualcuno per la strada, oggi? Pochissimi (ed io sono uno di quelli), ma se continuo a fischiare una volta entrato in un locale o in un ufficio mi guardano male e devo smettere!
Ma torniamo ai Trapozal: il gruppo dei canterini ha scelto di darsi un nome assai curioso, difficile da pronunciare per chi non è avvezzo, ma molto originale ed “identitario” come dicono quelli bravi. Ma cosa significa trapozal? E’ presto detto: i “trapozal” sono quei legnetti (ma possono raggiungere anche le dimensioni di un ramo di qualche metro) che le onde depositano a riva specie dopo le grosse mareggiate. I turisti che vengono solo d’estate faticano ad immaginarli perché d’estate, da decenni, è attivo un efficientissimo servizio organizzato da Hera e dalla Cooperativa Bagnini che, con ruspe e camion, a partire dal cuore della notte fino alle prime luci del mattino, raccoglie tutto quello che i bagnini accumulano sul bagnasciuga coi loro rastrelli aggiungendolo a ciò che il mare oggi deposita sulla riva. I camion raccolgono il tutto e lo trasportano in discarica dove viene diviso e smaltito a norma di legge in modo che i turisti, quando al mattino arrivano in spiaggia, la trovano perfettamente pulita e spianata. Nei secoli precedenti allo sviluppo del turismo invece il problema non era sentito perché nessuno frequentava la spiaggia, nemmeno d’estate; così, lungo il bagnasciuga, si formava un dosso di legname più o meno triturato che formava una vera e propria duna che separava la spiaggia dal mare. Agli appassionati di foto e cartoline d’epoca dei primi decenni del ‘900 sarà forse capitato di notare che, in certi punti, venivano poste su quella duna delle assi di legno in modo perpendicolare al battente dell’onda che consentivano agli audaci che si volevano bagnare di accedere al mare senza ferirsi i piedi.


Invece i pendolari che oggi affollano la spiaggia nelle belle domeniche d’inverno per passeggiare in riva al mare (magari coi cani che danno sfogo alla loro voglia di libertà) non essendoci il servizio di raccolta, osservano queste cataste di legni contorti incuriositi dalle loro strane forme e non di rado li raccolgono con l’intento (più pensato che realizzato davvero) di comporre delle piccole sculture da esporre in casa o in giardino. Infatti questi legni porosi e leggeri, i trapozal appunto, svuotati di gran parte della loro sostanza dal lungo periodo passato in acqua, esercitano sempre un certo fascino su chi ama il mare perché la mente non può non andare al percorso, certamente tumultuoso, fatto da quei legni spinti dalle piene dei fiumi fino a sfociare in mare (dove i più grossi di loro costituiscono anche un pericolo per la navigazione) prima di venire spiaggiati sui nostri lidi. Sembra impossibile ma i cervesi un tempo, quando la miseria era tanta ed erano pochi quelli che si potevano permettere di comprare la legna, raccoglievano questi trapozal (oltre ai rami che si poteva raccogliere in pineta, ma lì c’era un ferreo regolamento) per bruciarli nel camino nelle giornate più fredde. Non oso pensare con quali risultati dato che, a causa del lungo tempo passato in mare, contenevano sempre dell’umidità e del sale ed era necessario un lungo periodo di stagionatura: probabilmente era più il fumo che il caldo che se ne otteneva.
Il termine trapozal era anche usato, in modo dispregiativo o canzonatorio, proprio per la loro forma contorta, per indicare una persona tutt’altro che di bell’aspetto (“l’è propri un trapozal!”).
La scelta operata da questi nostri canterini di scegliere questo termine per il loro gruppo acquista quindi un significato di grande autoironia che va apprezzato. Ma va anche spiegato, dato che il termine Trapozal è sconosciuto non solo ai forestieri ma agli stessi cervesi, a meno che non siano nati e cresciuti nel Borgo Marina e non abbiano raggiunto almeno una settantina d’anni d’età. L’autoironia dei componenti del gruppo è confermata anche da questo aneddoto: la prima volta che li ho sentiti lì al Circolo qualcuno di loro, conoscendo la mia attività di musicante a livello amatoriale, mi ha rivolto questa domanda: “Gastone, che te ne pare, come andiamo?” La risposta mi è venuta spontanea: “Avete ampi margini di miglioramento!” Questa risposta ha strappato loro una risata fragorosa, confermando, appunto, il loro grande senso di autoironia propria delle persone intelligenti.
Il repertorio dei Trapozal è composto dagli stornelli dialettali che si eseguivano nelle osterie ma anche da un certo numero di canzonette scritte da compositori cervesi, professionisti e dilettanti degli anni ’50 e ’60, tutte rigorosamente in tema di vacanze in riviera, belle straniere, amori estivi, balere, spiagge e pinete.
Lunga vita ai nostri canterini, quindi, che portano l’allegria in ogni manifestazione del Circolo e sono spesso invitati a fare altrettanto nei momenti di aggregazione sociale nel mondo del volontariato e nelle iniziative solidali create per raccogliere fondi da destinare alle tante necessità a sostegno delle persone meno fortunate! Infatti non costano nulla; le loro esibizioni sono assolutamente gratuite. Al massimo si accettano offerte che vengono destinate al fondo per la manutenzione della Lancia Maria, oggi di proprietà del Circolo pescatori, in modo da preservare questo “pezzo di storia” della nostra civiltà marinara. Come dico sempre io scherzando, “per far cantare i Trapozal non ci vuole neanche un euro, semmai il problema è farli smettere”!
