
“E vent da d’ciora” (cioè la nord) è pericoloso e va tenuto d’occhio, come quello da est; “e vent da d’ciota” (Scirocco o anche Ostro) non preoccupano molto, non alzano il mare subito: se portano maltempo è comunque lento da arrivare. Quando vai in mare devi sempre andare verso la fonte del vento per tenere il porto sottovento. “E soravent l’è la richeza de mariner”, cioè, il sopravento è la ricchezza del marinaio, perché se sforza il vento e lo devi risalire per venire a casa vai in difficoltà, specie se navighi a vela perché avrai il vento nel naso, e le barche di una volta con la vela al terzo, quando si pescava a vela, non riuscivano a stringere il vento e non lo risalivano. Se invece hai il vento portante ti salvi sempre, anche se poi devi fare i conti con l’ingresso in porto con onda e corrente.”
Passare un paio d’ore con persone come queste, che amano il mare tanto da farne una ragione di vita e che rifarebbero la stessa scelta se potessero tornare indietro è una cosa affascinante. Parlare di mare e rivivere le avventure passate in quello spazio senza confini fa illuminare i loro occhi. Li capisco perché anche su di me il mare fa lo stesso effetto.
“Il mare non è mai lo stesso:- spiega Luciano Sartini- ogni giorno, ogni ora, ogni minuto è diverso dall’altro. Ogni alba ha un colore diverso; a seconda del vento e dell’umidità cambia la luce ed ogni volta ti sorprende! Hai mai fatto caso che in mare ci sono profumi che a terra non esistono? In mare i nostri sensi sono più capaci di cogliere le sfumature. I venti, ad esempio: ogni vento ha un profumo diverso dall’altro; il greco e lo scirocco hanno profumi diversi. Quando poi c’è vento da terra senti gli odori delle attività umane, del grano tagliato, ad esempio, del letame appena sparso o della terra bagnata dopo la pioggia. Anche ora che ho smesso di andare in mare per lavoro non posso staccarmi da esso. Ogni giorno mi alzo col pensiero di sapere cosa farà il mare e come girerà il vento, e appena posso esco con mia moglie o con gli amici con un piccolo battello per calare due nasse o due cugolli, che è la scusa per mantenermi a contatto con quei colori e quei profumi.
Vedi Gastone, la cosa più difficile per noi marinai in quel tempo è sempre stata quella di prevedere cosa farà il mare. Una volta non c’erano le previsioni del tempo sempre aggiornate nel computer o addirittura nel telefonino come oggi. Non c’era neppure una scuola che ti preparava ad affrontare il mare; dovevi fare esperienza da solo e ci volevano anni ed anni. – è ancora Luciano Sartini che parla, anche lui 60 anni di mare.- L’unica scuola vera erano i vecchi che avevano un’esperienza di una vita. Infatti quando parlavano i vecchi e raccontavano gli episodi della loro vita in mare noi giovani li ascoltavamo con la bocca aperta e non perdevamo neppure una parola perché sapevamo che da quei racconti potevamo imparare qualcosa. Quante volte, trovandomi in mare ad affrontare situazioni difficili, mi sono venute in mente le parole di qualche anziano che raccontava situazioni simili: quei racconti mi sono sempre tornati utili.
L’avvento dei cb, cioè le radio di bordo, ci ha cambiato la vita.-conferma Tommaso- Non ci dava le previsioni ma ci teneva sempre in contatto fra di noi: ad esempio, prima di uscire, se avevamo dubbi, chiamavamo con la radio di bordo i colleghi di Porto Corsini, Porto Garibaldi o Cattolica e chiedevamo com’era il mare ed il vento dalle loro parti per capire cosa avrebbe fatto da noi nelle ore successive; e lo stesso facevano loro con noi. Mio padre mi ha raccontato che una volta, navigando verso nord con mare formato, calò due sfogliare (al sfuieri) che sono reti che strisciano sul fondo e quasi lo arano per pescare le sogliole (al sfoi): queste reti, con l’attrito che fanno sul fondo, frenano la barca ma la mantengono in assetto ed in direzione e l’aiutano a “tenere” il mare come e più di un’ancora galleggiante. Dopo un giorno e mezzo di navigazione, all’altezza di Magnavacca (l’attuale Porto Garibaldi), realizzarono di aver fatto il pieno di sogliole e decisero di puntare verso Cervia. A casa erano tutti preoccupati non vedendoli tornare con quel mare grosso. Qualcuno fra i parenti andò anche a perlustrare la spiaggia fino al Bevano per vedere se si erano spiaggiati come succedeva talvolta. Non vedendo il battello spiaggiato cominciarono a temere il peggio.” Quando oggi siamo infastiditi dal telefonino, tanto che ci verrebbe voglia di gettarlo contro il muro, dovremmo pensare a quanto sarebbe stato utile in certe situazioni!

“Un tempo- mi raccontano parlando dei secoli passati- da noi c’erano principalmente Bragozzi (barca tipica delle lagune venete) perché la maggior parte dei marinai proveniva da quelle parti. Ma erano barche a fondo quasi piatto, nate appunto per le lagune ed i bassi fondali ed in mare scarrocciavano e risentivano molto del vento. Dai primi del ‘900 cominciarono a diffondersi i trabaccoli che erano imbarcazioni più “brave” (dicono i marinai), perché tenevano meglio il mare avendo più chiglia e riuscivano anche a risalire il vento, anche se di pochi gradi. A Cervia ce n’erano due: uno era quello di Francesco Bonaldo (di cui parleremo in chiusura di questo capitolo); l’altro “barchet” (piccolo trabaccolo) era quello dei Foli e si chiamava Raffaele. Sulla vela portava la pubblicità delle Terme di Cervia col disegno di una vasca da bagno come si può ancora trovare nelle vecchie cartoline e foto d’epoca. Ora il Raffaele fa parte della “Tenza” (cioè della flotta di barche storiche) di Cesenatico, anzi ne è l’ammiraglia, ma non si chiama più così: si chiama “E barchet” e quest’anno compie la bellezza di cent’anni, proprio come la nostra Assunta (vedi capitolo dedicato in questo sito). C’è stato un periodo, negli anni ’60, in cui il “Vincere” (questo era il nome del trabaccolo di Francesco) in vista della ricorrenza dello Sposalizio del Mare, essendo la barca più grande in grado di ospitare le autorità e gli invitati di riguardo, veniva trasformato in una specie di antico galeone aggiungendo decorazioni ed appendici in legno.
Il nostro grosso problema- continua Luciano- erano i fondali, coi quali abbiamo sempre dovuto convivere: si sa che il nostro porto è stato costruito su un canale artificiale nato per alimentare le saline. Infatti per il trasporto del sale si usavano le burchielle, barche dal fondo piatto adatte per la navigazione interna nei canali bassi. Si sa che la natura tende a ripristinare la situazione originaria e le mareggiate depositano la sabbia chiudendo l’imboccatura del porto e costringendo le autorità locali a frequenti e costosi lavori di escavazione subito fuori dai moli per garantire un varco per il passaggio delle imbarcazioni, specie oggi che la cantieristica da diporto ed il marina nuovo portano barche che hanno chiglie profonde anche due metri ed oltre. I nostri vecchi per uscire dal porto erano costretti a fare manovre faticosissime come quelle di sbarcare la zavorra prima di uscire dal porto, in modo da alzare la linea di galleggiamento, per poi riportarla a bordo tramite barchini una volta superata la secca. Lo stesso problema lo avevano per rientrare.
Ricordo molto bene-è sempre Luciano che parla- che anche in tempi più recenti, quando io ero giovane, esisteva la “portolata”. Che cos’era? Quando le barche dovevano rientrare col pescato da portare al mercato, e questo coincideva con la bassa marea che impediva alle barche di entrare, c’era una batana, barca dal fondo quasi completamente piatto, che veniva fuori dai moli a caricare il pesce e lo portava al mercato in tempo per la vendita, mentre i pescherecci dovevano restare fuori fino all’arrivo dell’alta marea che consentiva loro di superare la secca e rientrare. Questa batana era condotta di solito un marinaio anziano che si prestava per l’occasione; non veniva pagato se non con una cassetta di pesce. Un po’ come accadeva al mercato all’ingrosso del pesce che era alloggiato proprio quì dove ci troviamo ora (alla pantofla, n.d.r.).”
Su questo argomento sono molto curioso non avendo mai assistito alla vendita all’ingrosso che si teneva a Cervia; so, per averle viste da altre parti, che esistono diverse tecniche: c’è quella al rialzo, quella al ribasso, quella all’orecchio, come a Goro ecc.
“L’asta, che si svolgeva quì dove oggi c’è la sala ristorante, da noi era al ribasso.-spiega ancora Luciano- L’astatore, che era Ghiselli Giovanni, detto Gianin, stabiliva la base di partenza sulla base della quantità di pescato del giorno, nelle varie specie, e cominciava a scendere parlando molto in fretta e bisognava essere molto attenti e svelti per partecipare alla gara che terminava quando uno dei compratori faceva un cenno per fermare la discesa. Per fermarla ognuno dei compratori aveva un suo modo: molti dicevano qualcosa (normalmente la parola era “gep”) qualcuno invece alzava una mano. Bada bene, Gastone, che le trattative non si facevano in lire ma in scudi, e lo scudo valeva cinque lire.” “Si, lo so,-dico io-anche i miei genitori si esprimevano spesso in scudi anziché in lire, specie quando parlavano in dialetto.” “c’erano degli inservienti che portavano le cassette del pesce, le posavano sulla grossa bilancia e poi, una volta che l’astatore le aveva assegnate, le portavano quì nella stanza dove oggi c’è il bar e le mettevano nella catasta corrispondente al compratore. Questi inservienti erano ex pescatori che, avendo smesso di andare in mare, arrotondavano portando a casa un po’ di pesce.
Ma chi erano questi compratori? Erano esclusivamente commercianti. Il pubblico, cioè i consumatori, non potevano accedere, però c’erano le cosiddette campagnole. Chi erano le campagnole? Erano donne che andavano a vendere il pesce in campagna, in bicicletta, nei paesi dell’interno fino alle periferie di Cesena e Forlì, ma per lo più in campagna, appunto, nelle borgate e nelle case sparse. Avevano i loro clienti abituali. Partivano tutte insieme, di notte, e man mano che si allontanavano da Cervia, prendevano ciascuna una direzioni diverse. Non potevano accedere tutte all’asta perché erano tante ed avrebbero fatto confusione. Un paio di loro erano autorizzate a partecipare all’asta e facevano spesa anche per le altre.” Fra quelle donne c’erano anche le mamme dei tre marinai presenti.
Butto là una domanda: Come avete fatto ad imparare a nuotare? E’ vera la storia che i vostri papà vi buttavano nel canale con una cima legata in vita e poi vi tiravano su quando andavate sott’acqua fino a ché non imparavate a stare a galla da soli? Mi sembrerebbe un metodo un po’ ruvido, non vi pare?
“Beh, non era proprio così- è Luciano che risponde- o, almeno non per tutti. Per me è stato un po’ meno traumatico: ricordo che mio padre mi aveva fatto una collana di galleggianti di sughero, quelli che si fissano alla parte alta della bocca della rete per tenerla sollevata mentre la parte bassa viene piombata in modo che la bocca stessa resti sempre aperta mentre viene trainata. Mi legava questa collana in vita per aiutarmi a galleggiare.” “ Non ricordo particolari stratagemmi, nessuno ci insegnava -commenta Giancarlo Sartini, cugino di Luciano- la cosa è venuta da se, naturalmente, mentre si giocava in acqua con gli amici.” Infatti è stato così anche per me, imitando gli amici più esperti; tutti autodidatti, insomma, come per tutto il resto, come accadeva a tutti i ragazzi del quartiere ad Porta Lorda, come veniva chiamato scherzosamente il Borgo Marina!”
E quando si parla dei tempi andati con i marinai è inevitabile che, prima o poi, si finisca per parlare delle gite in mare coi turisti. Con l’incremento del turismo negli anni ’50 e ’60 ai pescatori si presentò una nuova opportunità di guadagnare qualche lira: consisteva nel presentarsi con la barca a poche decine di metri dal bagnasciuga, dove l’acqua arriva al ginocchio o poco più, per raccogliere i turisti desiderosi di fare un’esperienza in mare aperto, sempre in vista della costa, s’intende. Con poche lire si poteva vivere un’avventura nuova a contatto con la natura, gustando il pesce pescato e fritto al momento, innaffiato da bottiglie di trebbiano o sangiovese in compagnia di personaggi schietti ed autentici. I turisti, e fra questi i tedeschi in particolare, adoravano queste esperienze. Il primo ad intuire questa nuova opportunità, a detta di tutti, fu Francesco Bonaldo; anzi, secondo i miei tre interlocutori, è colui che l’ha proprio inventata. Nella sua vela campeggiava la scritta FISCHEN, ESSEN, TRINKEN, ALLES BEI FRANCESCO. La barca, quando non era in mare, stazionava in cima al molo nord del porto, cioè lato Milano Marittima, quindi era facilmente individuabile ed i turisti, nelle loro passeggiate in spiaggia, andavano a trovare Francesco anche indipendentemente dalla loro partecipazione alle escursioni. Comprendendo le esigenze dei suoi ospiti (soprattutto delle signore), aveva aggiunto una piccola cabina in coperta a prua sulla sinistra ricavando una toilette: e l’aveva messa a prua, intelligentemente, é gli ospiti abitualmente stazionavano a poppa dove potevano sedersi e stare in compagnia; in questo modo la toilette poteva godere di una certa riservatezza, e questo era molto importante, anche perché si beveva molto.
Il suo esempio fu subito seguito da altri: Torino Fabbri, che sulla sua lancia spesso aveva a bordo come mozzo il giovanissimo Renato Lombardi, suo nipote. Ma c’era anche Augusto Giulianini detto e “zigantin” o anche”Ciriac” che, al timone dell’Orsa Maggiore, aggiungeva un elemento in più alla sua offerta: a lui piaceva cantare e quando rientrava in porto la sua voce si sentiva, proprio per soddisfare questo tipo di domanda che era in espansione. Negli anni ’60 e nei decenni successivi questo tipo di attività prese sempre più piede, anche perché le due attività, quella della pesca e quella del turismo, si integravano bene in quanto l’estate piena non è proprio favorevole per la pesca che risulta più scarsa. Non per niente l’estate era chiamata dai marinai “e viaz megar” (il viaggio magro), anche perché le reti si sporcavano molto di più, forse per la proliferazione delle alghe causata dalla più alta temperatura dell’acqua, e dovevano continuamente essere lavate facendo perdere troppo tempo. Proprio per questo d’estate conveniva, anziché calare le reti, pescare alla togna, cioè con lenze piombate che portavano 4 o 5 bracci con altrettanti ami, calate due a prua e due a poppa, oppure da fermo con la fitta che è un sacchetto di pesce azzurro fatto di rete che rilascia in corrente una scia di pezzetti di pesce che attirano gli sgombri o gli occhioni. Era questa una pesca che richiedeva una certa abilità: i “sgumbarul” (così venivano chiamati i pescatori più abili in questo campo) dovevano essere veloci a slamare il pesce che abboccava per non perdere il branco e dovevano evitare di “intrigare” la togna che tendeva spesso ad aggrovigliarsi o annodarsi con le altre, con notevole perdita di tempo per sciogliere questi grovigli. Questo ha dato vita anche ad un proverbiale modo di dire che ho sentito usare spesso nella comunità del Borgo: quando cioè qualcuno si trovava nella vita in un momento difficile o complicato si usava dire: “s’ariv a fe so sta togna…” cioè “se riesco a districare questa matassa…”. Tutto sommato quindi in estate conveniva di più caricare i turisti e stare in allegria: era questa la nuova frontiera per i pescatori. Comunque Francesco rimase sempre il numero uno, un caposcuola. “I tedeschi lo adoravano. Era un affabulatore: aveva un modo di fare e di parlare che conquistava tutti.”- confermano Luciano, Giancarlo e Tommaso.- Tutti e tre, nel parlare di lui, lo definiscono “lo zio”. Infatti, mi spiegano, tutti e tre erano nipoti di Francesco (del resto la gran parte delle famiglie del borgo avevano rapporti di parentela, diretti o indiretti, con le altre famiglie). A bordo del “Vincere” l’allegria non mancava mai. Una volta-racconta Luciano-siccome avevo subìto un’avaria al motore e lo avevo dovuto sbarcare per mandarlo al centro assistenza e farlo riparare, non potendo andare a pescare per due settimane mi ero imbarcato sul Vincere. A bordo si rideva e si cantava sempre. Sono stati i 15 giorni più belli della mia vita di mare”.