Dalle vele al motore

Dalle reti da pesca alle cozze: l’evoluzione della produzione ittica a Cervia. Indissolubilmente legata al mare e alla produzione del prodotto ittico, attività che ha plasmato il paesaggio, le tradizioni e l’identità della comunità cervese (Pellegrini, 2015).

Questo capitolo ripercorre l’evoluzione della produzione del prodotto ittico a Cervia, un viaggio affascinante che inizia con le silenziose barche a vela e approda alle moderne tecniche di acquacoltura, passando attraverso la rivoluzione del motore e la riscoperta di pratiche più sostenibili. Quando si andava a vela: bragozzi, trabaccoli e la pesca tradizionale adriatica Per secoli, il porto-canale di Cervia è stato il cuore pulsante di una marineria svolta con barche a vela, un’epoca in cui il paesaggio marittimo era dominato da imbarcazioni iconiche dell’Adriatico. Spiccavano il bragozzo, la tipica barca da pesca chioggiotta adottata lungo tutta la costa, robusta, dal fondo piatto adatto ai bassi fondali sabbiosi, riconoscibile per i due alberi inclinati verso prua e le caratteristiche vele “al terzo” (o al quarto), spesso tinte con colori vivaci (ocra, rosso mattone) e decorate con simboli familiari unici. Accanto ad esso operava il trabaccolo (talvolta chiamato localmente barchetto), generalmente di dimensioni maggiori rispetto al bragozzo, anch’esso con due alberi ma spesso con velatura differente (vele al terzo o più raramente vele quadre) e una maggiore capacità di carico, utilizzato non solo per la pesca ma anche per il piccolo cabotaggio lungo la costa. Più piccole e agili erano le lancette e le battane, impiegate per la pesca strettamente costiera. I pescatori di allora erano profondi conoscitori del mare, capaci di interpretare venti, correnti e segnali naturali. Il loro lavoro si basava su tecniche tramandate, adattate alle capacità delle loro imbarcazioni a vela e prevalentemente orientate a un prelievo sostenibile, utilizzando attrezzi costruiti con fibre naturali (canapa, cotone, ginestra).

Le principali forme di pesca praticate con bragozzi e trabaccoli erano: Pesca con Reti da Posta (Fisse): Sia i bragozzi che i trabaccoli erano impiegati per calare e salpare reti da posta. Queste potevano essere: Reti da imbrocco semplici: Singoli teli di rete con maglie dimensionate per catturare specifiche specie per “imbrocco” branchiale. Tramagli: Reti a tre teli (due esterni a maglie larghe, uno interno a maglie fini) che intrappolavano il pesce in sacche. Queste reti venivano “poste” in zone di passaggio del pesce e recuperate dopo un certo periodo, richiedendo fatica manuale per il salpaggio. Erano efficaci per pesce azzurro costiero (sarde, alici), cefali, sogliole, mormore e altri pesci di fondo o mezz’acqua. Pesca con Nasse: Queste trappole rigide, intrecciate con giunco, vimini o canne, venivano trasportate e calate in “file” sul fondo dai velieri, specialmente dai bragozzi più agili. Erano mirate alla cattura selettiva di crostacei (canocchie, granchi), molluschi (seppie) e piccoli pesci bentonici. Pesca con Lenze: Fili (di canapa o budello) con ami innescati venivano utilizzati sia per la pesca a fondo da barca ferma (a “bolentino”) sia per una forma lenta di traina, mirando a prede di pregio come orate, spigole, rombi. Pesca a Coppia a Vela (Paranza o Coccia): Una tecnica particolarmente diffusa in Adriatico, che rappresentava una forma antica di pesca a strascico, era la paranza. Due bragozzi o trabaccoli, navigando affiancati e sfruttando abilmente il vento, trainavano congiuntamente sul fondo una rete a sacco (rete da coccia). Questa rete era più leggera e aveva una bocca più piccola rispetto alle successive reti a strascico motorizzate, ma permetteva comunque di catturare quantità significative di pesce di fondo (sogliole, triglie, piccoli crostacei) sui fondali sabbiosi, rappresentando la forma di pesca più “attiva” e a maggior resa dell’epoca velica. L’arrivo del motore: la rivoluzione dei Motopescherecci e delle Reti Sintetiche L’introduzione dei motori a combustione interna, un processo graduale affermatosi tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento, segnò una svolta epocale. Le vele colorate lasciarono progressivamente spazio ai motopescherecci.

Queste nuove imbarcazioni, inizialmente spesso scafi tradizionali riadattati e poi costruzioni appositamente progettate in legno robusto o anche in acciaio, erano significativamente più grandi e potenti. Dotate di motori entrobordo capaci di garantire autonomia e velocità indipendentemente dal vento, e di attrezzature meccanizzate come verricelli idraulici per salpare le reti, permisero di intraprendere viaggi più lunghi verso zone di pesca più profonde e lontane, di operare in condizioni meteomarine più impegnative e, soprattutto, di impiegare reti di dimensioni molto maggiori, costruite con le nuove e più resistenti fibre sintetiche (nylon, polietilene), capaci di sopportare lo sforzo di tecniche di pesca molto più efficienti e intensive: la pesca a strascico e la pesca a volante. Pesca a strascico: Questa tecnica divenne rapidamente una delle metodologie dominanti nell’Adriatico settentrionale, mare caratterizzato da fondali prevalentemente sabbiosi e fangosi e da una profondità relativamente contenuta. La rete utilizzata è una grande rete a forma di cono o imbuto, trainata attivamente sul fondo. È composta da due “ali” laterali che convogliano il pesce verso la “bocca”, un corpo centrale che si restringe progressivamente e un sacco terminale dove si accumula il pescato. La rete è tenuta aperta orizzontalmente da porte divergenti (pannelli idrodinamici) e verticalmente da galleggianti sulla lima superiore e una pesante lima inferiore piombata (burella), spesso armata con catene o rulli per smuovere il fondale.

Questo metodo si rivelò estremamente efficace per la cattura di specie demersali (sogliole, naselli, triglie di fango, seppie, calamari, cannocchie, scorfani, mazzancolle). Tuttavia, l’azione meccanica sul fondale causa un significativo impatto fisico (alterazione del sedimento, danno agli habitat) e la scarsa selettività intrinseca comporta la cattura di notevoli quantità di pesce non bersaglio, inclusi giovanili e specie vulnerabili, oltre a detriti (FAO, 2020; ISPRA, 2021). Pesca a volante: Divenne il metodo d’elezione per la cattura delle specie pelagiche, in particolare del pesce azzurro (sardine, alici, sgombri). Impiega una lunghissima e profonda rete rettangolare (volante), anch’essa in robuste fibre sintetiche. Viene calata verticalmente attorno a un banco di pesce formando un cilindro. La parte superiore è dotata di numerosi galleggianti, mentre quella inferiore ha una lima piombata con anelli attraverso cui scorre un cavo d’acciaio. Tirando energicamente questo cavo, il fondo della rete si chiude come una borsa, impedendo la fuga del pesce. La rete viene poi recuperata a bordo. La dimensione delle maglie è generalmente piccola. Pur interagendo meno con il fondale, la gestione è cruciale per evitare la cattura eccessiva di giovanili e minimizzare il bycatch di altre specie pelagiche (Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, 2017). Inizialmente, l’aumento esponenziale delle catture garantito dai motopescherecci e da queste potenti reti sintetiche portò un periodo di relativa prosperità economica. Tuttavia, nel lungo periodo, lo sforzo di pesca a strascico sotto la spinta delle normative europee (Politica Comune della Pesca) si ridusse fino a scomparire: gli stock ittici, in particolare quelli demersali (le popolazioni di pesce che vivono vicine al fondo del mare), iniziarono a diminuire, anche per il peggioramento della qualità delle acque, e l’impatto sugli ecosistemi marini divenne un problema palese. Il ritorno alle origini: la piccola pesca artigianale, barche costiere, reti selettive e trappole moderne.

Una parte significativa della marineria cervese ha quindi riscoperto e rivalutato la piccola pesca artigianale. Questo ritorno alle origini, supportato da una filosofia di maggiore sostenibilità, si basa sull’impiego di tecniche tradizionali ma affinate, praticate con imbarcazioni di dimensioni contenute. Si tratta tipicamente di piccole barche a motore, lunghe dai 5 ai 12 metri, spesso evoluzioni moderne dei classici gozzi o lance, oggi costruite prevalentemente in vetroresina ma talvolta ancora in legno. Sono barche agili, adatte alla navigazione costiera (entro poche miglia dalla riva), con ponti organizzati per la gestione agevole di attrezzi da posta, realizzati oggi prevalentemente in moderne fibre sintetiche (monofilamento o multifilamento di nylon), più resistenti, durevoli e meno visibili in acqua rispetto alle vecchie fibre naturali. Reti da posta fisse (imbrocco) e tramagli: Mantengono la loro struttura tradizionale (singolo telo per l’imbrocco, tre teli per il tramaglio) ma beneficiano della maggiore efficienza e resistenza dei filati sintetici. La scelta accurata della dimensione della maglia diventa fondamentale per garantire la selettività verso la specie e la taglia desiderata, in linea con le normative e una maggiore sensibilità ambientale. Catturano specie costiere come sogliole, passere, cefali, orate, spigole. Nasse e trappole selettive: Pur mantenendo il principio dell’ingresso a imbuto, le nasse moderne sono spesso costruite con materiali plastici o rete metallica plastificata, più durevoli e facili da maneggiare rispetto al giunco o vimini. Esistono design specifici per diverse catture: trappole appositamente studiate (spesso non innescate) per offrire rifugio alle seppie durante la deposizione primaverile, o nasse più piccole, innescate con pesce, per le lumachine di mare. Sono efficaci anche per crostacei come canocchie e granchi, o pesci bentonici (pesci che vivono sul fondo del mare), come ghiozzi e piccoli scorfani. La loro rigidità e il meccanismo di cattura permettono spesso di rilasciare vive eventuali catture accessorie. Questi attrezzi passivi e meno invasivi non danneggiano i fondali e permettono una maggiore selettività.

Fondamentale resta la stagionalità e la profonda conoscenza del mare locale – correnti, fondali, abitudini delle specie – tramandata per generazioni, oggi coadiuvata da strumenti moderni come GPS ed ecoscandagli. Il prodotto che ne deriva è di altissima qualità: freschissimo, locale, tracciabile e sostenibile, sempre più ricercato da consumatori attenti e dalla ristorazione locale (Federcoopesca, 2022). L’allevamento delle cozze: una nuova opportunità sostenibile con barche da lavoro dedicate e strutture di allevamento Negli ultimi trent’anni circa, grazie alla cooperativa “La Fenice”, Cervia ha saputo cogliere una nuova opportunità offerta dal mare, sviluppando un fiorente settore di acquacoltura, specificamente l’allevamento delle cozze (mitilicoltura), recentemente arricchito dall’allevamento delle ostriche (La “Ziriota”). Questa attività si svolge in impianti offshore, posizionati al largo della costa, utilizzando prevalentemente il sistema long line. I mitili vengono fatti crescere su cime verticali dette “reste” sospese a una linea madre galleggiante, nutrendosi esclusivamente delle microalghe presenti nell’acqua marina. Cruciale in questo processo è l’utilizzo delle cosiddette “calze”: si tratta di reti tubolari a maglia fine, generalmente in materiale plastico (polipropilene). Non sono reti da pesca, ma strutture di contenimento: all’interno di queste calze viene inserito il seme (i giovani mitili). La rete tubolare serve a trattenere i piccoli molluschi attaccati alla cima durante le prime fasi di crescita, proteggendoli e impedendone la dispersione, fino a quando non si sono saldamente fissati con il loro bisso. Una volta che le cozze sono ben adese e cresciute, la calza interna di cotone si degrada. La gestione di questi impianti richiede l’impiego di imbarcazioni da lavoro specifiche. Si tratta spesso di barche a fondo piatto o catamarani, progettati per garantire stabilità e ampi spazi liberi sul ponte. Sono equipaggiate con gruette, verricelli, pompe e vasche per la movimentazione delle reste, la pulizia periodica delle strutture, la semina del novellame e il trasporto del prodotto raccolto verso i centri di depurazione e confezionamento. Le fasi dell’allevamento, dalla preparazione dell’impianto alla raccolta, sono attentamente gestite per garantire un prodotto di alta qualità e sicuro (GFCM, 2020).

Questo modello produttivo si distingue per la sua sostenibilità ambientale: non richiede mangimi come la piscicoltura, non produce rifiuti organici significativi e le cozze stesse contribuiscono a filtrare l’acqua, migliorandone la qualità. L’attività produttiva ha creato nuove e importanti opportunità occupazionali, rivitalizzando la marineria locale, coinvolgendo attivamente le giovani generazioni e dimostrando come sia possibile sviluppare un’economia del mare moderna, produttiva e rispettosa dell’ambiente. Questa metodologia, intrinsecamente rispettosa dell’ambiente, ha permesso alla produzione cervese di ottenere anche la prestigiosa certificazione biologica. Questo riconoscimento garantisce al consumatore un prodotto allevato in armonia con l’ecosistema marino, rafforzandone la fiducia e il valore sul mercato. L’alta qualità raggiunta, frutto delle condizioni ambientali favorevoli e delle pratiche di allevamento sostenibili e certificate, viene attivamente promossa sul territorio attraverso il marchio “Cozza di Cervia”. Questo marchio è un sigillo di garanzia che i consumatori ritrovano in particolare nei ristoranti della zona, i quali valorizzano con orgoglio questo prodotto locale d’eccellenza, riconoscibile per il gusto sapido e la polpa consistente. L’impegno per la qualità e la promozione si estende anche oltre i confini locali: la marineria cervese aderisce infatti al consorzio “Cozza Romagnola”. Attraverso questa realtà consortile, l’eccellenza del prodotto non solo di Cervia ma dell’intero comparto del Nord Adriatico viene tutelata e promossa su scala nazionale, raggiungendo mercati più ampi e consolidando la reputazione di un prodotto superiore.

Una Nuova Eccellenza dal Mare: l’Ostrica “La Ziriòta” Nell’ottica di una continua evoluzione e diversificazione produttiva, e puntando a segmenti di mercato ad alto valore aggiunto, la marineria cervese ha recentemente intrapreso una nuova sfida nell’ambito dell’acquacoltura: l’allevamento delle ostriche. Questa iniziativa mira a introdurre un prodotto di pregio, complementare alla cozza, sfruttando le potenzialità delle acque locali. Le ostriche prodotte a Cervia, chiamate “la Ziriòta”, si stanno rapidamente distinguendo per l’altissima qualità e le particolari caratteristiche organolettiche. La tecnica di allevamento adottata è quella dei cosiddetti cappelli cinesi (o lanterne giapponesi): si tratta di strutture verticali composte da una serie di dischi o coni sovrapposti (simili appunto a cappelli impilati), nelle quali il seme di ostrica cresce. Questo metodo permette un buon flusso d’acqua attorno agli animali, favorendo un accrescimento ottimale e lo sviluppo di un gusto raffinato. L’introduzione dell’ostricoltura rappresenta non solo una diversificazione economica per i produttori locali, ma anche un ulteriore passo verso la valorizzazione dell’eccellenza del “made in Cervia” nel settore ittico, aggiungendo un prodotto premium all’offerta della marineria. Donne di mare: un ruolo spesso invisibile, ma essenziale Sebbene raramente al timone delle imbarcazioni, le donne hanno sempre rivestito un ruolo centrale – seppur storicamente poco visibile – nella marineria cervese, sostenendo l’intera filiera produttiva. Nell’epoca della vela, il loro contributo era cruciale e multiforme: si occupavano non solo della vendita diretta del pescato, che veniva portato fresco nei mercati locali o trasportato con fatica nell’entroterra limitrofo, ma anche della paziente e meticolosa preparazione e riparazione delle reti in fibra naturale (canapa, cotone), un lavoro essenziale data la fragilità e la costante usura di questi materiali. La loro presenza era fondamentale anche nella cura degli attrezzi e nella gestione economica familiare, all’interno di una vita scandita dai ritmi del mare, dura e faticosa per l’intero nucleo.

Non era raro, un tempo, vedere le “azdore” sistemare il pesce nelle ceste di vimini all’alba o spostarsi verso i mercati e l’entroterra per garantire il sostentamento. Con l’evoluzione della pesca verso forme più organizzate, la nascita delle cooperative di pescatori e, più recentemente, con lo sviluppo della molluschicoltura, il ruolo femminile si è ulteriormente evoluto, con ruoli più formalizzati e riconosciuti all’interno delle imprese e delle strutture consortili. Le donne sono oggi attivamente coinvolte nella gestione amministrativa, nel controllo qualità del prodotto ittico e nelle strategie di promozione e commercializzazione. Conclusione La storia della pesca e acquacoltura a Cervia è una narrazione dinamica di cambiamenti, sfide, adattamenti e ritorni consapevoli. Dai pittoreschi bragozzi a vela con le loro reti in canapa agli imponenti motopescherecci armati con potenti reti sintetiche a strascico o a volante, dalle piccole barche costiere con le loro reti da posta selettive e nasse moderne agli innovativi impianti di mitilicoltura con le loro strutture di allevamento, la comunità marittima cervese ha dimostrato una notevole capacità di resilienza e di reinventarsi, mantenendo sempre saldo il profondo legame con il suo mare. Oggi, il futuro della produzione ittica a Cervia sembra orientato verso un equilibrio complesso ma necessario tra tradizione, innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale e sociale. Preservare questo equilibrio è la sfida fondamentale per garantire lavoro qualificato, cibo sano e di qualità, e la tutela di quell’ambiente marino che è risorsa vitale ed elemento identitario per le generazioni presenti e future.