
I visitatori più attenti del nostro Borgo Marina avranno certamente notato, accanto ai portoni delle case a schiera tipiche di questa parte del centro storico che tanto ricordano quelle delle isole della laguna veneta come Murano e Burano, delle piastrelle; per meglio dire si tratta di tavelle di ceramica riportanti il profilo di una barca con le vele colorate. Avranno notato anche che non sono tutte uguali: infatti le vele hanno colori diversi nonché simboli diversi proprio per distinguersi le une dalle altre e poter essere riconosciute da lontano quando erano in mare a pescare in un’epoca nella quale i sistemi e le tecnologie di comunicazione e di sicurezza non erano certamente quelli di oggi. Colori e simboli non erano quindi un vezzo ma un’esigenza funzionale che permetteva ai pescatori di restare in contatto e portarsi aiuto a vicenda in caso di necessità. Basta pensare ai momenti di paura quando il tempo cambiava in peggio repentinamente ed il mare diventava grosso e scuro: le donne ed i bambini si precipitavano in cima ai moli (che noi chiamiamo ancora “al paledi” cioè le palate, in ricordo dei tempi antichi in cui erano fatte di pali di pino conficcati nella sabbia) per scrutare l’orizzonte nella speranza di vedere da lontano i colori ed i tratti distintivi della vela dei loro congiunti; quando questo finalmente accadeva i famigliari potevano abbracciarsi e tirare un grosso sospiro di sollievo. Altri invece si avvicinavano alle barche di chi era appena tornato in porto per avere notizie dei loro cari sperando che i marinai già al sicuro potessero dire loro che avevano visto non lontano le vele di chi ancora mancava e riaccendere cosi il filo della speranza in chi aspettava. Bene ha fatto il Comune di Cesenatico ad erigere, alla base del molo nord che loro chiamano di ponente, un monumento alle spose dei marinai che ritrae una donna coi figli che scruta con trepidazione l’orizzonte marino nella speranza di scorgere i colori famigliari della vela. Infatti colori e simboli si tramandavano di padre in figlio spesso identificando non solo il marinaio ma la sua famiglia.
Ma torniamo al nostro Borgo Marina ed alle case dei pescatori che lo abitavano: sarò di parte ma io trovo geniale l’idea di affiggere queste tavelle alle case che un tempo erano abitate dai pescatori (oggi dai loro discendenti) per conservarne la memoria. Vediamo quante notizie possiamo ricavare da quelle ceramiche. Per primo i colori: è vero, sono quasi sempre gli stessi. Non c’è una grande ricchezza cromatica. C’è il giallo ocra, il rosso ed il blu, raramente il bianco ed il marrone. Immagino che ciò sia dovuto alla necessità di minimizzare i costi privilegiando la praticità. La tinteggiatura delle vele era finalizzata alla protezione del tessuto ed a limitarne l’usura dovuta alla salsedine ed ai raggi solari. I colori si creavano con le “terre” colorate, dal costo contenuto, cioè polveri mescolate con acqua salata ed un legante, di solito costituito da resine naturali. La vela veniva stesa in banchina, o meglio su di un prato erboso che facilitava l’asciugatura perché l’aria passava anche sotto fra erba e tela. Il paron ed i marinai, inginocchiati, attingevano la tinta con grosse spugne, larghi pennelli o addirittura con scope di saggina per le superfici più grandi. Si spargeva il colore con larghe bracciate sulla tela scaldata dal sole prima da un lato e poi, una volta asciugato, dal lato opposto. Le tinte forti permettevano la visibilità del battello anche da lontano e questo era molto importante. Oltre che per la tranquillità dei famigliari in attesa sul molo, le vele colorate erano importanti anche nelle giornate di nebbia, particolarmente frequenti in autunno ed inverno. In un’epoca nella quale non esistevano i radar vedere un imbarcazione anche pochi secondi prima poteva permettere di evitare di intralciarne la rotta o di danneggiare le reti al traino. Inoltre a quel tempo i pescherecci stavano in mare diversi giorni di seguito e, per conferire il pescato al mercato senza rientrare in porto e senza perdere ore preziose per la pesca, usavano piccole imbarcazioni (piccole lance o batane a remi) per trasportare a terra il pesce ancora fresco. Una volta sbarcato il pescato ed imbarcato le vettovaglie per continuare la navigazione i battellanti dovevano tornare a bordo remando verso il proprio peschereccio che, essendo in pesca, nel frattempo si era spostato. Risultava quindi importante identificarlo da lontano senza confonderlo con altri.


A parte i colori, dei quali abbiamo capito l’importanza, sulle vele notiamo anche dei simboli la cui spiegazione può essere la più varia; diversi sono ripetitivi, come il sole, la stella, la tvaia (la tovaglia, che altro non era che un rettangolo grande) o i tvaiul (i tovaglioli, rettangoli più piccoli di solito confinanti col pennone inferiore). A volte un simbolo ci porta diritti al nome del battello o al soprannome del paron come nel caso del violino sulla vela dell’Aviere da cui è nato il soprannome di Gino Penso detto, appunto, violino. A proposito, in ciascuna di quelle tavelle di ceramica, fateci caso, sotto il nome del paron troviamo scritto anche il soprannome. Ed i soprannomi erano importanti; anche qui più che di un vezzo si trattava di un’esigenza pratica. Si perché i cognomi del Borgo Marina non erano tanti e le famiglie, magari alla lunga, erano un po’ tutte imparentate fra di loro. Molti cognomi hanno chiare origini venete, soprattutto chioggiotte come Padoan, Ravagnan, Penso, Bonaldo, Ranzato e Lanza (Vedi capitolo sulle famiglie chioggiotte trasferitesi a Cervia). Se a questo si aggiunge l’abitudine di rinnovare il nome di battesimo del nonno paterno, abitudine presente non solo a Cervia ma in moltissime parti d’Italia fino a pochi decenni fa, è facile immaginare che vi fossero moltissimi casi di omonimia; anche per questo motivo veniva comodo usare i soprannomi che identificavano inequivocabilmente la persona.
Ho cercato di capire da dove derivavano i soprannomi, cioè se vi fosse un criterio univoco; no, i motivi alla base della nascita di un soprannome erano i più vari: in qualche caso al paron si applicava il nome dell’imbarcazione, come nel caso di Lunardini Loris detto Norge che era il nome del suo battello. In altri casi il soprannome poteva derivare dal mestiere come nel caso di Taddei Luigi detto Galafàt il quale evidentemente di dedicava, magari saltuariamente, al calafataggio delle imbarcazioni che all’epoca erano in fasciame. C’era la necessità di una manutenzione periodica per chiudere con stoppa, catrame ed altro, le fessure che si creavano fra un’asse e l’altra con la dilatazione del legno dovuta alle diverse temperature ed all’esposizione al sole estivo, fessure dalle quali sarebbe potuta entrare l’acqua marina. Sempre dal simbolo sulla vela proviene il soprannome di Sartini Antonio detto Saragat, ma non per le sue opinioni politiche, ma perché il simbolo era un sole nascente molto simile a quello del Partito socialdemocratico il cui leader era appunto Saragat. Alcuni soprannomi derivavano da caratteristiche fisiche o del portamento del paron, mentre Canavin, soprannome di Enzo Penso, sembra derivi dall’attività dei suoi avi dediti alla lavorazione della canapa con la quale si faceva il cordame usato diffusamente nella marineria, e via così!


Vedete quindi quante informazioni, quante storie e quanto intrecci si possono scoprire dietro una semplice tavella di ceramica, e di quanti altri se n’è persa la memoria. Per questo è importantissimo fermare, per così dire, il tempo e fissare la memoria, per quanto possibile, attraverso gli scritti e le altre testimonianze materiali come, appunto, queste tavelle. Per fortuna oggi ci viene in soccorso la tecnologia digitale che è in grado di conservare le memorie in siti, portali ed altri supporti nel web alla portata di molti, se non di tutti, a costi più che accessibili. E’ il caso del progetto “Gente del Borgo” che permetterà ai cervesi ed ai turisti, attraverso qrcode disseminati nel borgo stesso, di aprire pagine contenenti gli alberi genealogici delle famiglie dei pescatori oltre ad immagini d’epoca e racconti suggestivi sulla loro vita. Questo nuovo progetto che spero che vada in porto potrebbe, in fondo, essere considerato il naturale proseguimento di quello che ha portato alla posa delle tavelle che abbiamo parzialmente analizzato. Permettetemi quindi di rendere omaggio, complimentandomi con loro, agli ideatori e realizzatori di questa iniziativa delle piastrelle, realizzate materialmente dal laboratorio di ceramiche faentino “L’odissea”. Tali volontari, raccolti attorno al Circolo pescatori La Pantofla allora presieduto da Lorenzo Casanova, sono Giuseppe Zannini e Giorgio Montanari, coadiuvati dal bravo disegnatore ravennate Mario Alberani: partiti da una lunga e scrupolosa ricerca sul campo che aveva portato negli ultimi anni del secolo.