Lo squero

Ogni volta che mi sono trovato a parlare coi pescatori anziani che hanno vissuto l’epopea della pesca ed hanno nel cuore la storia del borgo è inevitabile che ci si trovi a parlare dello squero.

Non solo per l’importanza materiale che questa struttura ha rivestito nella cura della flotta peschereccia, dal varo alla manutenzione e riparazione delle imbarcazioni, ma anche per l’attaccamento che i marinai hanno sempre avuto e che conservano nei confronti di questo luogo così identitario (si dice così oggi, no?). Tutti indistintamente mi raccontano che lo squero era il loro parco giochi, uno dei luoghi dove passavano molto tempo da bambini, prima nei giochi e poi gradualmente coinvolti dai più grandi nei lavori di manutenzione e verniciatura. Conservano nitido il ricordo dell’odore delle vernici e del catrame che usavano i “calafà”, cioè coloro che erano specializzati nell’operazione del calafataggio che consisteva nel sigillare le fessure esistenti fra un’asse e l’altra del fasciame che il tempo e la diversa temperatura ed umidità dovute alle stagioni tendeva a riaprire compromettendo la tenuta stagna dello scafo. Lo squero insomma era una componente importante del paesaggio del Borgo ed un punto d’incontro obbligato per i suoi abitanti che ruotavano tutti, direttamente o indirettamente, attorno alla pesca.

Ma com’era nato lo squero e quando?

Nel 1892 alcuni marinai di Cervia, e precisamente Penso Francesco, Padoan Piero, Penso Domenico, Ranzato Tobia, Bonaldo Enrico, Penso Angelo, Tiozzi Domenico,  Sarti Bernardo, Tiozzi Bartolomeo, Bonaldo Guglielmo e Penso Felice chiesero al Comune un pezzo di terreno vicino al faro per costruirvi uno squero; non era quindi un’azienda, una società che si proponeva; era un elenco di pescatori che si rimboccava le maniche per dotare la categoria di una struttura evidentemente necessaria per i lavori di manutenzione delle barche dei pescatori. Avrebbero fatto i lavori di scavo e le palizzate da soli, lo avrebbero usato per dieci anni dopo di che sarebbe tornato in piena proprietà del Comune. E così fu! Le imbarcazioni che avevano bisogno di interventi di manutenzione venivano condotte all’imboccatura dello squero e venivano poi tirate in secca, approfittando dell’alta marea, con l’aiuto di un argano. Infine venivano coricate su di un fianco in modo tale che la parte da riparare rimanesse all’asciutto.

Nel corso dei decenni successivi diversi cambiamenti coinvolsero il porto canale le cui rive, da “palate”, divennero banchine di cemento. Lo squero non servì solo i pescherecci ma anche il cantiere Sartini-De Cesari che si era trasferito proprio lì davanti con un argano che, quando entrava in funzione, interrompeva il transito dei veicoli, allora non certo numerosi, sulla Nazario Sauro. Col tempo le chiglie delle imbarcazioni cambiarono ed entrarono in funzione le gru, per cui il vecchio squero perse gran parte delle sue funzioni tanto che, nella primavera del 1980, con la sistemazione delle banchine alzate per impedire gli allagamenti, lo squero fu sacrificato in favore di un parcheggio per le auto. Il piazzale così recuperato fu intitolato a Giovanni Aliprandi. Per alcuni si trattò di un grave errore perché l’onda del mare in burrasca non veniva più interrotta ed indebolita dallo slargo dello squero ma continuava diritta con tutta la sua potenza verso il ponte delle paratorie. Veniva così meno una testimonianza storica di un’epoca gloriosa della nostra marineria ma, si sa, “il progresso” non guarda in faccia a nessuno!