
Aspettavo questo giorno con molta curiosità ed anche, lo ammetto, con un pizzico di emozione: l’amico, nonché membro del Consiglio Direttivo del nostro Circolo culturale Mauro Lugaresi, meglio conosciuto nell’ambiente della vela come Mac, mi aveva promesso di portare al circolo niente meno che uno dei miei idoli in modo che io lo potessi intervistare: sto parlando di Cino Ricci, l’uomo che ha fatto compiere alla vela un salto di popolarità mai conosciuta prima in Italia, dove, almeno fino ai tempi della mitica avventura di Azzurra, era considerata dai più come uno sport l’elite.
Mac è una delle persone più vicine a Cino, avendolo conosciuto fin dal suo esordio del mondo della vela: infatti era un giovane operaio nel cantiere del maestro d’ascia cervese Peppino Sartini quando Cino, assieme all’allora inseparabile amico Uccio Ventimiglia, presero a frequentare il suo cantiere. Uccio e Cino avevano preso l’abitudine di uscire con un Corsaire di Sartini di m. 5,5 (anch’io mi onoro di aver iniziato con quella barca, ma con ben altri risultati) probabilmente ignari del percorso che li aspettava. Ben presto però si accorsero di quanta adrenalina procurasse loro il semplice fatto di superare in mare le altre barche che incrociavano, tanto che decisero di iscriversi alla più prestigiosa scuola di vela allora conosciuta e cioè quella di Glenans sulla costa atlantica francese. L’accoglienza fu molto tiepida: si sa che i nostri rapporti coi cugini francesi sono sempre stati un po’ ruvidi, ma sono bastati 3 giorni per convincere gli istruttori a nominare capi barca i due cervesi.
Tornati a casa carichi a schioppo, come si dice da noi, decisero di fare sul serio ed incominciarono ad inanellare una serie di vittorie, dapprima in regate zonali e poi in campo internazionale. La loro voglia di vincere andava di pari passo con la voglia di Peppino Sartini e dei suoi figli di impegnarsi in barche sempre più grandi e competitive. Quando i nostri due velisti, nelle loro scorribande oltralpe, conoscevano barche veloci e giovani progettisti li proponevano a Peppino che ne valutava la fattibilità. Così nacque prima il Mouscadet (m. 6,50 anche questa barca è stata mia) e poi il Passatore (che è la barca che mi porta a spasso tuttora, di m. 8,50 ovviamente nella comoda versione da crociera anzichè da regata). E fu proprio il Passatore a far conoscere il cantiere Sartini e la coppia Cino Ricci ed Uccio Ventimiglia al mondo della vela italiana. Avvenne nella “Settimana Velica” di Genova del 1971 che era allora l’appuntamento più prestigioso per la vela. E pensare che la barca arrivò a Genova solo all’ultimo minuto, senza prove in mare, ed il nostro equipaggio lavorò giorno e notte per armarla appena in tempo per la partenza. Nonostante gli immancabili problemi dovuti alla fretta il Passatore sbaragliò gli avversari vincendo quasi tutte le gare della “Settimana velica” attirando l’attenzione di velisti e cantieri. Uccio, che aveva con se solo maglioni e tute e dormiva a bordo come il resto dell’equipaggio anziché in albergo, fu costretto a comprare una giacca blu ed una cravatta per poter partecipare degnamente alla premiazione come comandante del Passatore vincitore. Il prestigio delle barche di Sartini crebbe velocemente come le ordinazioni dei committenti a cui il cantiere stentava a star dietro. Da lì Cino Ricci non ebbe più limiti e rivali, anche dopo che il suo fido amico Uccio, più anziano di lui, decise di ritirarsi dalle competizioni. Ma non è la storia del più famoso velista italiano quella che vi voglio raccontare e che conoscete, bene o male, tutti soprattutto grazie alla brillante avventura di Azzurra.


Quello che mi interessa è il personaggio e ciò che lo lega a Cervia ed ai suoi pescatori. So infatti che è nato e cresciuto a Forlì, il padre titolare di una ditta di costruzioni edili a dimensione poco più che familiare alla cui conduzione partecipa anche lui, da giovane, come il fratello. L’azienda si occupava di edilizia privata ma anche e soprattutto di opere pubbliche. Fra le realizzazioni della ditta nel territorio cervese Cino ricorda il ponte con le chiuse che stava al posto dell’attuale ponte levatoio e la pista per go-kart Happy Wolley a Pinarella sulla statale 16.
Torniamo quindi al Circolo Pescatori di Cervia ed a quel tavolo a cui partecipano, oltre al grande velista ed al sottoscritto, anche Mic e Mac, i due amici di Cino, ex operai del cantiere Sartini che Ricci ha voluto con se in mille avventure sui mari di mezzo mondo. Il pretesto è un piatto di sardoncini fritti di cui Cino va pazzo ed un bicchiere di Sangiovese. E’ tutto fuorché un intervista, com’è giusto che sia; è una rimpatriata piena di ricordi e di personaggi nostrani. Dai suoi racconti emerge il ritratto di un uomo schietto, volitivo, poco incline al compromesso, che sa anche essere duro coi suoi uomini, e fermo per responsabilizzarli e farne dei veri marinai. Ma fermo anche con chi gli affidava il comando delle barche, singoli armatori o consorzi che fossero. “Ho sempre messo in chiaro tutto fin dall’inizio: se mi vuoi qui comando io! Non ho mai permesso a nessuno di mettere il naso nelle mia scelte, a bordo ed a terra! Un esempio? Con Vanni Mandelli, armatore del Deception 2a classe, la migliore barca che abbia mai avuto per le mani, un giorno di presentò Giorgio Falk, il magnate dell’acciaio italiano con la moglie, la bellissima attrice Rosanna Schiaffino. Falk era interessato all’acquisto della barca e Mandelli mi chiese di farli uscire con noi che eravamo impegnati in un allenamento piuttosto severo. Ho detto che lui poteva salire ma la signora doveva restare a terra; non la prese molto bene. Mi dispiace ma l’allenamento non può essere condizionato da presenze esterne che rischiano di infrangere la concentrazione degli atleti. Naturalmente Falk non lasciò la moglie sola in banchina e rinunciò a salire a bordo, e credo che Mandelli fosse molto contrariato. Con Raul Gardini ho avuto un rapporto speciale, franco e leale, perché lui mi capiva, da romagnolo a romagnolo. Andavamo a caccia assieme, mi ha portato a caccia in mezzo mondo!”
Ma io sono interessato soprattutto agl’anni della sua infanzia ed adolescenza a Cervia ed ai suoi rapporti coi pescatori.
“Ho trascorso al mare le vacanze da quando avevo sei o sette anni: Rimini, Cesenatico ma soprattutto Cervia. E’ qui che ho gli amici più stretti: sono i figli dei pescatori. Con loro scorazzavo per la spiaggia e sui moli e passavo lunghe giornate nello squero attorno alle barche in secca, a spennellare di vernice le fiancate delle barche fin dove arrivavo. Miei amici diventano anche i pescatori stessi che mi ospitano: Oreste e Torino che quasi mi adottano. Più minuto il primo, più grosso e panciuto il secondo, Oreste e Torino sono pescatori provetti, anche se il primo si dedicherà poi alla gestione del bagno in spiaggia ed il secondo si dedicherà più alle escursioni in barca coi turisti.” Era infatti questa un’attività integrativa alla pesca, almeno all’inizio, che cominciò a diffondersi dalla fine degli anni ’50 e sempre più presente nei ’60 e ’70. I turisti amavano la sensazione di avventura che provavano nel vedere da poppa allontanarsi la spiaggia affollata ed erano affascinati dalla simpatia di questi personaggi sanguigni fra i quali si distingueva Augusto Giulianini che cantava a gran voce intrattenendo gli ospiti mentre aspettavano il fritto sorseggiando trebbiano e sangiovese.
“ A Cervia le barche da pesca erano lunghe 10/11 metri- racconta Cino- armate di vela al terzo. Barche semplici che a me parevano velieri. Ero sempre lì a saltare da prua a poppa e viceversa ed a seguire manovre e gesti dei marinai. A bordo non c’è nessuno che ti insegni; se vuoi imparare devi farlo da solo, guardando quelli più grandi. E quando sbagli sono scappellotti. Ogni tanto mi mettevano al timone: che emozione sentire la barra che vibra. Queste barche mi sembravano giganti, ed io piccolino mi sentivo più grande di quanto in realtà non fossi. Tutto il giorno all’aria aperta. Vado a vongole e cannelli in spiaggia. Amo nuotare, amo l’odore delle vernici dello squero che è stato il mio primo parco giochi. Vado a sfilare i gambi delle cipolle selvatiche che spuntano sulle dune: quelli ancora verdi che hanno una pallina in alto, per mangiare il bianco che c’è sotto. A volte sto tutto il giorno in mare. Mangio coi pescatori a bordo, pasti frugali, semplici: pane, lumachini, granchi, pesce minuto. C’è un fornellino a carbone a bordo, ci metti sopra la padella e via. E poi, sulla rotta del rientro in porto, la corsa per precedere le altre imbarcazioni. Ed ancora, la gara per essere il primo a saltare in banchina così da poter prendere al volo la cima e dare volta alla bitta, come fanno i grandi.

Sono questi i miei giochi, anche perché di giocattoli, quelli veri, ne giravano pochi in casa. Giusto le barchette di legno che mi costruiva il babbo perché, diceva, io sono nato al mare! Non che ci mancasse il necessario. Anzi, come famiglia stavamo anche bene rispetto alla media. Ma pur se non eravamo costretti a tirare la cinghia non si scialacquava a casa mia. Ancora adesso raccolgo le briciole di pane che restano sulla tovaglia; un movimento meccanico, che viene dal fondo della memoria e dalle raccomandazioni della nonna. Il consumismo non aveva ancora preso il sopravvento. Era normale allora ricevere le scarpe del fratello maggiore, ma anche il cappotto, opportunamente rovesciato.”
“Ma avevate una casa o un appartamento a Cervia in affitto per l’estate?- Chiedo io- Ci venivi coi tuoi?” “No, i miei non avevano tempo per le ferie. Mi mandavano ospite da Torino Fabbri il pescatore, da solo. Ormai ero di casa, e per loro ero quasi come un figlio.”
“Ma è vero- incalzo io- che da bambino e da ragazzo odiavi i velisti, come recita il titolo della tua biografia? E perché?”
“Proprio perché passavo tutto il tempo coi pescatori ed ascoltavo i loro commenti quando, in mare o in porto, vedevano i primi diportisti che andavano in mare per divertimento, magari con le ragazze. Che ne sapevano loro della dura vita del pescatore, del rischio e delle notti insonni…Loro, i pescatori, li vedevano come i fighetti, i figli di papà, ed io li capivo! È’ vero, odiavo i velisti!”